30/08/2007

SECOND LIFE

La tua vita è grama e non sopporti più il lavoro che fai? Tuo marito o tua moglie ti hanno stancato e vorresti fare delle esperienze estreme, ma ti manca il coraggio? Vorresti essere quello che non sei e avere una seconda vita?
Bene, a tutto questo, e molto altro ancora c’è “Second Life”: un sito internet che ti permette di ‘incarnare’ un avatar (personaggio virtuale) e fare qualsiasi cosa, anche la più impensabile.
"Molto interessante", direbbe qualcuno: ma qual è il rovescio della medaglia? Rovescio che diremmo  assai inquietante!
Si corre il rischio di confondere la propria vita reale con una vita assolutamente finta, di rimanere ‘intrappolati’ in un mondo virtuale e vivere là la propria vita, alienandosi quella reale, certamente molto più complessa e difficile; si rischia di perdere anche quel poco di responsabilità e moralità che ancora ci rimane, perché dentro Second Life tutto è possibile e senza tanti scrupoli; le ore e le giornate intere passate dentro questo mondo possono compromettere le amicizie, il lavoro e tutti i rapporti sociali. Per ultimo, il denaro virtuale che viene usato deve essere prima cambiato con dollari veri…
In definitiva si tratta di un attacco diretto e mirato alle coscienze (sempre più ipnotizzate) dei più giovani, un tentativo assai pericoloso di disumanizzazione. Il rischio finale è proprio quello di perdere una parte della propria anima e vivere una pseudo-vita che non ci appartiene!

Nel  2003 erano meno di 2 mila gli iscritti totali, oggi siamo a quasi 8 milioni con percentuali di popolazione coinvolta che variano da paese a paese: USA 31%, FRANCIA 12%, GERMANIA 10%, REGNO UNITO 8%, OLANDA 6%, SPAGNA, BRASILE, CANADA 3%, BELGIO, ITALIA 2%
Quattro abitanti su 10 sono donne e l'età media è di circa 33 anni. Interessante è un rilevante numero di partecipanti ultra quarantacinquenni (10%).

postato da GIALIO alle ore 30/08/2007 12:25 | link | commenti (8)
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29/08/2007

NON LO SO PENSAVO ALL'OMBRELLO.....

 

 

 

postato da GIALIO alle ore 29/08/2007 09:47 | link | commenti (2)
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27/08/2007

M A R

 

 

 

MI SONO GIRATO L'HO GUARDATO

GLI HO DETTO ARRIVEDERCI

MI APPARTIENE GLI APPARTENGO

POTESSI CAMMINARCI VICINO

POTESSI SCRUTARLO

POTESSI AVERNE PAURA

POTESSE CULLARMI

POTESSE RINFRESCARMI

 MA C'E UN LUOGO DELLA MIA COSCIENZA

DOVE TUTTO QUESTO LUI LO FA CONTINUAMENTE

E' BASTATO VOLERLO...

ADESSO LO SO..

E LA NOSTALGIA E' GIA' PASSATA...

GIALIO

postato da GIALIO alle ore 27/08/2007 09:55 | link | commenti
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24/08/2007

COMMENTI?

Ho appena lasciato Roma e mi trovo nel centro di Copenaghen, ma una notizia sconvolgente mi risucchia dentro le vicende italiane: in Germania la 'ndrangheta ha fatto una strage, e ho una gran voglia di saltare sul computer e di scrivere un articolo. Ma nessuno me lo chiede, perché ormai non sono più la corrispondente da Roma.

Eppure la storia di Duisburg avrei voluto raccontarla. Avrei voluto raccontare che la 'ndrangheta non è più una vecchia mafia contadina e che è diventata uno dei grandi trafficanti di cocaina nel mondo. Avrei voluto descrivere la vita di posti disgraziati come Locri, dove anche l'ospedale è controllato dalla criminalità. Avrei voluto raccontare dei giovani coraggiosi che protestano contro la mafia mentre neanche questo governo si decide a estirparla.

Soprattutto, avrei voluto raccontare della strage di ferragosto perché ho passato gli ultimi quindici anni a descrivere l'Italia ai danesi. Ma non lo faccio più e, pensandoci, non mi dispiace poi tanto.

Dopo solo una settimana in questo posto così ordinato, così lanciato verso il futuro e verso i giovani, sarebbe poco piacevole tornare a raccontare una realtà più medievale che moderna. Qui esco e trovo piste ciclabili ovunque; i miei bambini giocano da soli sotto casa in un giardino con altalene e campo di calcio. Guardo le statistiche sul crimine e non si parla di criminalità organizzata: non esiste.

E anche la corruzione praticamente non c'è. Ascolto le proposte di riforma del welfare del Partito socialdemocratico danese, tra l'altro guidato da una donna quarantenne, e scopro che tra le sue 72 idee concretissime c'è quella di garantire una doccia al giorno agli anziani negli ospizi. In Italia non siamo neanche arrivati ad assicurare l'ospizio pubblico agli anziani, che intanto continuano ad aumentare.

Ci sono più di duemila chilometri tra Roma e Copenaghen, e la distanza si sente. Innanzitutto in termini di pubblica amministrazione. Vado all'anagrafe per iscrivere la famiglia: facciamo la fila con i numeretti, ci sono penne per tutti, il personale parla inglese e così anche mio marito, che è italiano, può capire. Dopo mezzora è fatta. Il giorno stesso scopro che la mia banca ha già cambiato il mio indirizzo nel suo archivio, che evidentemente è collegato con quello dell'anagrafe.

In mezzora ottengo il permesso per parcheggiare per sei mesi sotto casa. Risultato: poca burocrazia, poche seccature. Non sorprende che i miei colleghi danesi mi abbiano fatto sempre la stessa domanda in tutti questi anni, quando cercavo di raccontargli l'Italia: perché? Perché la mafia? Perché la corruzione? Perché le crisi di governo? Perché Berlusconi?

Tra le ultime storie che ho raccontato dall'Italia ce ne sono tre che penso riassumano bene i vari mali del paese. La prima riguarda il libro La Casta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, che ha svelato gli intrallazzi e la voracità degli spregiudicati politici italiani. La seconda, sul recente dibattito scatenato da un articolo del Financial Times, mostra che in Italia c'è ancora un abisso tra i due sessi e una mancanza di rispetto per le donne.

Il mio ultimo articolo sull'Italia raccontava invece uno spettacolo del giornalista Marco Travaglio, che quest'estate ha girato l'Italia raccontando la storia degli ultimi quindici anni di questo bel paese. Coincidono con i miei anni in Italia: da Tangentopoli e dalla speranza di modernizzazione all'era berlusconiana fino alla delusione dell'attuale governo Prodi.

In un paese dove il giornalismo è per lo più di parte invece di essere un servizio al cittadino, è bello che ci siano eccezioni come Travaglio. Insieme a pochi altri colleghi, si ostina a raccontare i fatti più scomodi. Se vedo una luce in fondo al tunnel è grazie a persone come lui.



L'autore di questo articolo

Lisbeth Davidsen è stata corrispondente da Roma per giornali e tv danesi dal 1992 al luglio del 2007

 

postato da GIALIO alle ore 24/08/2007 09:50 | link | commenti (5)
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23/08/2007

PREGHIERA

Quando dormo Tu vieni a me come Pace.
Quando mi sveglio Tu vieni a me come Gioia.
Quando amo i miei amici Tu vieni a me come Amore.
Quando corro, Tu corri con me:
Quando gioco, anche Tu Ti diverti:
Quando penso, Tu pensi con me.
Quando voglio, Tu mi dai la capacità di volere.
Insegnami a giocare correttamente,
a pensare correttamente
e a comportarmi correttamente.
Io voglio piacere a Te, che sei dentro di me.
Amo essere guidato da Te,
Perché Tu sei il mio più grande Amico.........

P.Y.

 

postato da GIALIO alle ore 23/08/2007 08:58 | link | commenti
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17/08/2007

FIORI RECISI RINASCERANNO

TRATTO DA UN ARTICOLO DEL PERIODICO LIVORNESE "SENZA SOSTA"

Il Gip Rinaldo Merani starebbe seguendo l'ipotesi della strage, avallando quindi le dichiarazioni rilasciate dai rom sin dal primo momento. bimbi_rom_bruciati_4.jpgAl tempo stesso ha optato per la custodia cautelare dei quattro genitori perché non esclude l'ipotesi di reato di abbandono di minore e di incapace seguito da morte. I genitori sostengono di essere andati incontro a coloro che li stavano minacciando dal cavalcavia e che una volta avvicinatisi agli aggressori, questi abbiano lanciato il materiale incendiario contro le baracche. Le fiamme sarebbero subito divampate altissime complici le sterpaglie secche e avrebbero reso impossibile ogni tentativo di salvataggio da parte dei genitori.
«Secondo le dichiarazioni rilasciate dai miei assistiti durante gli interrogatori - ha spiegato Callaioli - qualcuno di loro avrebbe addirittura scorto una persona con in mano una bottiglia. Del resto risulta agli atti come anche i Vigili del Fuoco abbiano repertato, nella zona dell'incendio, cocci di vetro e addirittura un collo di bottiglia fuso dal calore. Saranno le successive indagini, che mi auguro siano svolte a 360 gradi, a fornire ulteriori indicazioni, utili a capire come si sono svolti i fatti».
Non è ancora certo - anche se sono in molti a suffragare questa ipotesi - che alcuni componenti della famiglia che viveva sotto il cavalcavia di Pian di Rota siano gli stessi coinvolti nella rissa della stazione dello scorso inizio luglio. Un'ipotesi che avvalorerebbe l'agghiacciante ipotesi della vendetta.

Otto anni fa in un’isola del Giappone un inviato di Le monde diplomatique si stupiva di come un villaggio di pescatori avesse reagito alla fuga di materiale radioattivo, da una vicinissima centrale nucleare, semplicemente reiterando l’inerzia della vita quotidiana. E questo nonostante una settimana prima la stessa comunità avesse reagito con un forte dispositivo solidaristico interno di fronte ad un tifone frequente in quelle zone e in quella stagione. Probabilmente all’inviato era sfuggito il fatto che questo genere di comunità, e questo arriva proprio dal rapporto con il mare, di fronte al rovesciarsi di un evento enorme ed incontrollabile come una fuga radioattiva reagiscono semplicemente ripetendo la normalità non avendo sviluppato un capitale sociale che li fornisca di forti strumenti di risposta all’imprevisto.
C’è da pensare a questi dispositivi cognitivi di rimozione del pericolo e di inerzia di fronte ad un grande evento pensato come ineluttabile, che valgono come patrimonio collettivo di comportamento, quando si analizza il risvolto antropologico delle categorie di pensiero che hanno portato il sostituto procuratore di Livorno a formulare l’ipotesi di reato di abbandono di minore per la famiglie rom che hanno perso quattro bambini in un incendio qualche giorno fa alla periferia della città portuale e marittima della Toscana.
Da questo punto di vista l’ipotesi di reato raggiunge il limite della perfezione antropologica: rimuove l’allarme rappresentato dalla circolazione possibile di uno o più assassini, evita qualsiasi immaginabile incriminazione per omessa assistenza all’amministrazione comunale, lascia intatta l’immagine di città aperta e tollerante che è il brand promozionale per la Livorno turistica e carica di ogni responsabilità penale e morale le due famiglie di rom vittime reali dell’accaduto. La separazione tra responsabilità del territorio livornese e l’evento tragico è quindi compiuta e formalizzata in un atto istruttorio. Più che un rito espiatorio officiato secondo le procedure legali della Repubblica si tratta di un dispositivo antropologico di cancellazione di una vicenda drammatica appena mimetizzato dagli atti di avviamento di un’istruttoria. Sul piano nazionale il rinvio delle responsabilità ad un’entità esterna, l’Ue messa in causa da Prodi, completa quell’immaginario di rinvio delle cause oltre le proprie frontiere messo in moto dal sostituto procuratore di Livorno.
Ma sul piano della procedura penale, la contraddizione tra Gip e sostituto procuratore di Livorno al momento della richiesta di convalida degli arresti per le famiglie dei rom, ha rivelato la consistenza dell’ipotesi della strage. Ma, anche in questa direzione d’indagine, le mandibole non cessano di serrarsi: il Gip dispone che i rom restino in carcere per l’ipotesi di reato di abbandono di minore. Al di là del dispositivo giuridico c’è da fare una riflessione: immaginate un paio di famiglie di bresciani in roulotte in campeggio che perdono quattro figli. L’ipotesi sta tra l’accidente e la strage provocata da un gruppo di albanesi. Immaginatevi il Gip che disponga comunque la custodia cautelare dei bresciani che hanno perso i figli per incauta custodia e preparatevi ad immaginare anche un’insurrezione in difesa delle famiglie doppiamente vittime degli albanesi e della magistratura. Di qui una riflessione realistica: in Italia e a Livorno le ipotesi di reato si formalizzano secondo i criteri dell’Alabama. Ovvero di fronte ad uno stato che formalmente riconosce i diritti uguali per tutti ma applica discrezionalmente la differenziazione razziale. A differenza della legislazione fascista quella democratica postmoderna non prevede la gerarchia delle razze ma la esplicita nell’esasperazione della applicazione formale della legge per i “negri” e nell’applicazione ragionevolmente materiale per i bianchi.
Sul campo prende quindi corpo anche la tesi peggiore: quella che ci vuole di fronte alla più grossa strage di rom commessa su territorio nazionale dal dopoguerra ad oggi. Giova ricordare che per una strage simile, commessa a Solingen poco meno di quindici anni fa da dei naziskin che incendiarono un ostello, si mobilitò simbolicamente l’intera Germania. Nell’Italia di oggi, quella del “Governo Prodi che non deve cadere sennò tornano le destre”, della “fiducia nella magistratura”, della “Toscana terra di tolleranza”, il meccanismo di indagine sul campo e quello di governo mediatico della notizia hanno comunque depotenziato l’evento fino a renderlo irriconoscibile nella sua possibile piena gravità e a indirizzarlo ormai privo di contenuto nel circuito improduttivo della polemica sulle competenze nel governo dei flussi delle popolazioni tra enti locali, governo nazionale ed Unione Europea.
Se l’Italia è ancora un laboratorio dell’antropologia politica dei comportamenti lo è su questo piano: il governo mediale della notizia politica e quello giudiziario dell’inchiesta producono quindi la neutralizzazione della carica dell’evento nonostante la società dello spettacolo. La magistratura si impadronisce del monopolio della verità, con il segreto istruttorio assieme all’esclusiva degli strumenti tecnici di rilevazione dei fatti e con i media tenuti al di fuori di questo perimetro, mente il ceto politico governa le tecnologie mediali di commento a questa verità. Messi assieme questi due dispositivi, giuridico e politico, quando i media accettano questa divisione del lavoro cognitivo possono neutralizzare o ridurre la portata di molti e decisivi eventi.
Sul piano territoriale la consolidata e storica compenetrazione, di legami come di frequentazioni e interessi, tra giuridico, politico e informazione ha lavorato immediatamente a concretizzare la rimozione del problema rappresentato dalla morte dei piccoli Rom. Del resto non manca a Livorno, proprio grazie a questo tipo compenetrazione che ostruisce il formarsi di verità alternative, una tradizione di evaporazione dell’accertamento delle responsabilità di fronte ad eventi gravi e improvvisi. Il mancato accertamento di precise responsabilità istituzionali di fronte alla tragedia del Moby Prince del 1991, oltre 140 morti ovvero il più grave disastro della marineria civile italiana, richiama proprio al fatto che quando questi dispositivi sul territorio si compenetrano la dissoluzione dell’evento avviene oltre che sul piano simbolico anche su quello penale.
Ma non sono mancati nemmeno i dispositivi di tipo espiatorio. La stampa locale ha dato ampio e spettacolare spazio a tutti gli sfoghi “dal basso” che andavano proprio nel senso dell’ipotesi di reato del sostituto procuratore di Livorno. Mancando ovviamente della sensibilità dell’esercizio dei meccanismi istituzionali, e delle compatibilità tra poteri, l’opinione pubblica così formata si è espressa per un simbolicamente violento meccanismo di trasferimento della colpa direttamente ai colpiti dell’evento: è successo perché sei un rom, insomma. Il rito dell’esecrazione a mezzo stampa come dispositivo espiatorio di trasferimento della colpa dal collettivo al piccolo gruppo: nemmeno Girard, che ha dedicato una vita ai meccanismi di espiazione, c’era arrivato.
Questo accade perché Livorno, come del resto l’Italia, di democratico ha solo l’interfaccia simbolico e la forma istituzionale e la rappresentazione tiene solo se questi simulacri della vita pubblica sono osservati distrattamente o dall’esterno. Il ceto politico locale è ridotto alla procedura politica istituzionale e a risorsa di voti e conoscenze per l’accumulazione immobiliare. Svuotata urbanisticamente ed economicamente impoverita, la città ha assunto negli ultimi anni una polarizzazione del simbolico di sinistra, più visibile dall’esterno tramite lo stadio, ma anche dell’immaginario di destra quello impolitico e isterico egemonizzato dalle visioni del ceto medio stanziale impoverito che si vede minacciato dai migranti, dalle popolazioni nomadi e dai comportamenti della fascia giovanile delle popolazioni. Insomma, il classico terrore dell’inedito qui come altrove materializzato nell’empatia verso i media quando trasmettono l’isteria a distanza.
E a questo punto non susciti stupore se la stessa città che organizza l’annuale meeting antirazzista non ha risposto al montare di meccanismi espiatori, di chiaro stampo razzista, nei confronti dei parenti delle stesse vittime dell’evento. Come in Spielberg ci sono dispositivi antropologici di autoreferenziale e timorosa chiusura rispetto al tragico ed inedito, specie se visto come ineluttabile, che sono più profondi delle culture politiche. Infatti sono scattati.
Se la tesi stragista del Gip tiene o è valida quella del sostituto procuratore comunque un enorme squalo bianco naviga nelle acque di Livorno. La reazione del territorio, nel comune destino tra città di mare reale e cittadina di mare immaginaria, finora è stata come quella di Amityville nel film di Spielberg: alcune persone vi sono entrate e sono rimaste ingoiate nel serrarsi delle mandibole dello squalo e di quelle della rimozione del problema da parte della comunità locale. Vedremo lo svilupparsi del resto della trama e se lo squalo assumerà la metafora della carenza di assistenza e di servizi sociali oppure quella della strage organizzata in assenza di protezione da parte delle istituzioni.
In ogni caso i dispositivi di cancellazione e di trasferimento delle responsabilità da parte di in territorio non ne risolvono i problemi. Vanno a formare crisi più devastanti per il suo futuro. Quattro piccoli rom oggi sono stati ingoiati e del futuro non c’è certezza. (Nique La Police)

postato da GIALIO alle ore 17/08/2007 12:29 | link | commenti (1)
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16/08/2007

LA MERDUSA

OGNI ESSERE SI INCASTONA NEL CREATO

HA UNA SUA FUNZIONE

UNA BELLEZZA INTRINSECA ANCHE QUANDO

NON LA PERCEPIAMO

MA TU.. DICO TU CHE TI SEI INCOLLATA SULLA MIA SCHIENA

DANDOMI LA SENSAZIONE IN UN MARE FRESCO E BRILLANTE

DI AVERE UN FERRO DA STIRO ACCESO ADAGIATO SULLA GROPPA

TU... A QUELL'ORA DI QUEL GIORNO DI QUEL MESE DI

QUELL'ANNO... ECCO.. NON POTEVI PRENDERE LA RINCORSA

E ANDARTENE  A FXHFGSKD0OEMEWM ECULòFJEDIUE!!!!!!!!!!!!?????

postato da GIALIO alle ore 16/08/2007 08:28 | link | commenti (6)
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